le cose andranno nel modo giusto. Me lo sento...
Nell'ultimo periodo -che si è protratto troppo a lungo!- ho davvero vissuto come in clausura, il contatto col mondo esterno anche per una "casalinga" e pantofolaia come me è essenziale... e manca da troppo.
Nel lungo e subdolo processo di estraniazione dal mondo, la percezione attraversa tre fasi:
1. GRADIMENTO INIZIALE: dopo dopo un bel po' di tempo passato a prendere il treno, correre tra lezioni e lavoro ed uscite serali frequenti, stare a casa, ed alzarsi quando si ha voglia, passare qualche seratina sul divano invece che in un pub... ha decisamente il suo fascino.
2. ABITUDINARIETA': le serate passate a casa sono sempre più frequenti... poco a poco le volte in cui si esce
sono "occasioni". Si incomincia a pensare, più o meno incosapevolmente, che non vale la pena vestirsi decentemente per stare a casa a lavorare e truccarsi... piano piano la tenuta casalinga diventa inguardabile, e quando si esce non si sfoggiano vestitini che riposano nell'armadio da tempo immemore, ma ci ci sente già "troppo tirate" col casual spinto che si usava per l'università. Graduale ripudio dei tacchi.
Inappetenza totale per quanto riguarda shopping -si pensa "tanto quando me le metto ste cose" con conseguente crisi "non ho niente da mettere" in occasione delle sporadiche uscite sia di giorno che di sera, e quindi ancora meno voglia di uscire... un cane che si morde la coda.
Impressione di non riuscire mai a sfruttare bene il tempo passato a casa per lavorare, con conseguenti sensi e di colpa, e ancora meno voglia di uscire... e più si sta reclusi, più diventa difficile lavorare. Secondo cane che si morde la coda.
In questa fase si conosce tutta la programmazione serale della tv. Erano ANNi che non succedeva.
3. PAURA DEL MONDO FUORI: a questo punto praticamente il mondo è un nemico amato-odiato. Si trovano mille scuse per non uscire... non ne vale mai la pena, è brutto tempo, ormai è tardi, quelle due ore a casa sono ESSENZIALI per la riuscita del tutto. Ma non è vero.
E' questo il punto di non ritorno... il momento in cui o ci si decide di tornare alla vita, oppure si "muore". E non si può morire a 26 anni!!
Certo lavorare a casa non aiuta. E poter uscire con lui meno di quanto si desideri nemmeno. E la mancanza di soldi -ma quando mi pagheranno?- è la ciliegina sulla torta. Ed il mio temperamento da comico alla totò, che tanto si sforza di sorridere e far sorridere gli altri quanto è facile alla malinconia di fondo -quanto sono dolci le malinconie a volte... non è che proprio dia una mano.
Ma l'importante è volerlo davvero. Se si vuole davvero si può.
E da questa volontà parte la riappropriazione di ME. E che dire... ne sono proprio felice.